Il sughero sardo: una passione che si rinnova
Davanti a un Quercus suber, o quercia da sughero, rimango sempre inebetito.
E c’è stato un periodo, anni fa, in cui mi capitava quasi quotidianamente. Non ero però a tu per tu con la quercia, il che non avrebbe suscitato reazioni da parte di nessuno. Ero invece seduto nel posto più anteriore di un bus da turismo, con un microfono in mano; e una cinquantina di visitatori tedeschi e austriaci alle mie spalle che aspettava inerme qualche ragguaglio su quei singolari alberi sempreverdi che vedevano dai finestrini e presentavano un tronco rosso-mattone, a volte rosso-bruno, a volte bruno scuro.
Tornato al mondo reale, mi si illuminavano gli occhi perché, se anche non potevo sedermi in meditazione davanti a una di quelle meravigliose sculture mutevoli della natura, potevo almeno condividere con entusiasmo il perché ciò provocava in me tanto fascino.
E il perché derivava e deriva tutt’oggi principalmente da due fattori.
Il primo ha a che fare con l’ambiente. La Nurra, da cui provengo, è una sub-regione della Sardegna prevalentemente pianeggiante, in gran parte dedita all’agricoltura e ricca di altre tipologie di boschi. Così differente dal paesaggio tipico delle sugherete che contraddistinguono i circa 90.000 ettari dall’iglesiente alla Gallura, dal Goceano e dall’altopiano di Buddusò al Sarrabus. Una superficie eterogenea tra i 500 e gli 800 metri sul livello del mare, con picchi di 900-950 metri, che presenta alti livelli di biodiversità animale e vegetale, e per questo dotata di particolare magnetismo nei miei confronti.
Un panorama che continua a essere in costante rapporto con l’uomo.
E questa è la seconda motivazione: la capacità, l’abilità, lo studio, la manualità, la creazione, la fantasia dell’uomo per rendere economicamente e socialmente di valore uno dei “frutti” del quercus suber ovvero il sughero.
Il sughero diviene da tempo immemore materiale isolante, termico e acustico, vestito e accessorio e tappo per il miglior vino al mondo: quasi tutti conoscono questi utilizzi. Meno conosciuto è il processo attraverso il quale ciò avviene. La decortica o raccolta, attraverso un’ascia particolare, avviene la prima volta dopo molti anni, quando la pianta raggiunge una determinata circonferenza, e sempre in primavera-estate. Questa permette di avere il cosiddetto sughero maschio, dopo il quale rinascerà il sughero femmina. Tutto nel totale rispetto dell’albero che non subirà nessun danneggiamento. La stagionatura all’aperto per almeno sei mesi, la bollitura e la successiva lavorazione a seconda del prodotto finito che si intende creare.
Quando mi voglio far raccontare dai protagonisti le novità e le curiosità della loro attività, Tempio e Calangianus sono due delle destinazioni. Calangianus è, non per niente, la capitale del sughero italiano, dove non faccio a meno di visitare il Museo del Sughero. A Tempio si può sempre provare a curiosare sulle nuove creazioni di Anna Grindi, nel suo atelier in pieno centro.
Quando ho voglia di farmi incantare nuovamente da una sughereta percorro le strade della Gallura centrale, dei dintorni di Buddusò o mi avventuro tra Escalaplano e Perdasdefogu. Sono solo alcune delle tante “vie del sughero” sarde, dove puntualmente accosto l’auto, scendo, mi fossilizzo almeno un paio di minuti davanti a una corteccia per analizzarne, da falso specialista, l’andamento di crescita del sughero. E poi riparto.







